Pink Floyd Legend a Roma. Il primo atomo del prog

Articolo di: 
Teo Orlando
Pink Floyd Legend

Sabato 21 novembre 2015 i Pink Floyd Legend hanno dato vita a uno scintillante spettacolo che ha avuto come venue lo “storico” Auditorium della Conciliazione, che fino al 2001 ospitava i concerti di Santa Cecilia prima che si trasferissero definitivamente all’Auditorium Parco della Musica. 

Il gruppo, composto da Fabio Castaldi (Basso, chitarre e voce), Andrea Fillo (Chitarre), Alberto Maiozzi (Percussioni) e Simone Temporali (tastiere), è considerato una delle migliori tribute bands italiane ai Pink Floyd.

Per questa speciale performance sono stati accompagnati sul palco da un coro estremamente eterogeneo comprendente ben 100 artisti provenienti da svariate esperienze. Ai cori hanno fatto da contrappunto una sezione orchestrale di fiati (Ottonidautore) e il violoncello di Rossella Zampiron (attiva altresì in un’altra tribute band, gli Acoustic Floyd), con la direzione del Maestro Giovanni Cernicchiaro.

L'appuntamento è stato promosso dall’Hard Rock Cafè di Roma, che ha lanciato per l’occasione una campagna in collaborazione con Airc per la sensibilizzazione e la raccolta di fondi finalizzati alla ricerca contro il cancro al seno.

Il fulcro dello spettacolo era costituito dalla riproposizione della suite "Atom Heart Mother", dall’omonimo album del 1970 con la celebre copertina raffigurante una mucca di razza frisona, ideata da Storm Thorgerson, fondatore dello studio grafico Hipgnosis, ispirandosi alla celebre carta da parati con motivi bovini di Andy Warhol.

Tuttavia, la band ha proposto nel suo spettacolo l’intero arco della discografia floydiana scandendo le varie tappe dell’evoluzione del gruppo: dagli esordi psichedelici con Syd Barrett, passando per le atmosfere sperimentali di Ummagumma e del live di Pompei, approdando alla fase più marcatamente progressive degli anni ’70 per arrivare a The Wall e The Final Cut di Roger Waters e alle ultime produzioni musicali del trio Gilmour-Wright-Mason. 

Non sono mancati gli effetti speciali, secondo la più tipica tradizione floydiana: lo schermo circolare dove venivano proiettate sequenze filmiche di grande impatto, un enorme maiale gonfiabile, effetti laser e stroboscopici, con grande cura per l’aspetto visivo.

Certo, non possiamo dimenticare di essere in presenza di una tribute band: pur nella consapevolezza che sarebbe anacronistico tentare di riprodurre come una copia fedelissima le sonorità del mitico gruppo di Waters & Gilmour, la perizia strumentale e la precisione filologica sono la cifra stilistica di questo gruppo, che lo differenzia da altre imprese simili che invece spesso hanno scelto la strada del totale riarrangiamento (ad es. le versioni in chiave jazz dei pezzi floydiani dell’ensemble di Rita Marcotulli).

Il concerto comincia con una tagliente e scintillanteAstronomy Domine”, emblema del periodo psichedelico dei primi Floyd, mentre sullo schermo scorrono immagini di repertorio risalenti all’epoca dell’incisione del primo disco, The Piper at the Gates of Dawn. La song scritta da Syd Barrett, si richiama esplicitamente al primo movimento, “Mars, the Bringer of War”, della suite The Planets del compositore inglese Gustav Holst, così influente sulla musica progressive. Castaldi canta con efficacia la song barrettiana, intrisa di temi cosmonautici e circonfusa dallo sgomento di fronte alle immensità interstellari, mentre l’intervento discreto ma non meno efficace delle tastiere scandisce una progressione sonora incalzante e il violoncello esegue un sapiente lavoro di contrappunto.

Gli accordi prima di sintetizzatore (notevole anche l’uso di strumenti vintage, come il celebre moog) e poi di chitarra elettrica filtrata introducono in modo inconfondibile “Shine on You Crazy Diamond”, celebre brano dedicato al “diamante pazzo”, il co-fondatore dei Pink Floyd  Syd Barrett. Il suono che la chitarra di Andrea Fillo emette è meno condizionato dal virtuosismo rispetto a quello di David Gilmour, diventando quasi solenne: gli accordi sono prolungati e dilatati. Si aggiungono poi via via gli altri strumenti: il violoncello, il basso elettrico, la chitarra e le tastiere. Il canto non è privo di intensità, benché non sempre modulato secondo l’espressività dell’originale. Dopo la prima strofa cantata, il violoncello di Rossella Zampiron (di formazione classica e membro di vari quartetti) entra con maggiore incisività. Poi si inserisce anche un sax tenore, che porta alla conclusione della prima sezione del brano. Sullo schermo intanto si sono succedute riprese di provenienza incerta: immagini delle highlands scozzesi, un bambino, Syd Barrett da giovane; una donna gitana introduce scene di campagna, forse una festa campestre. In un altro video scorrono immagini echeggianti Alice’s Adventures in Wonderland di Lewis Carroll con probabili allusioni ai trips indotti dall’LSD.

Un ulteriore video dove si scorgono orologi ticchettanti, sagomati come gli orologi molli del celebre quadro La persistenza della memoria di Salvador Dalí, introduce “Time”, brano esemplarmente dedicato all’ineluttabilità dello scorrere del tempo ("The sun is the same in a relative way, but you're older/Shorter of breath and one day closer to death"), contro cui l’unica via è quella di una “quieta disperazione” (quiet desperation) che ci permette comunque di vivere.

Nella successiva “The Great Gig in the Sky” (in origine una sorta di “song with no words” sulla morte, affidata ai vocalizzi di Clare Torry), le tre coriste danno vita a una splendida e intensa performance che non fa rimpiangere l’originale, mentre sullo schermo scorre un video con scene acquatiche.

Assolutamente a sorpresa, il brano successivo è “What Do You Want from Me?”, contenuto nell'album del 1994 The Division Bell e scritto da Richard Wright, David Gilmour e dall’allora compagna di Gilmour, la scrittrice Polly Samson. Si tratta di una sorta di lenta ballad, con toni cupi e minacciosi, dove spiccano gli assoli di batteria, chitarra e tastiere, con un testo che allude alle crisi dei rapporti interpersonali, compresi quelli tra la band e i suoi fan.

A seguire, ascoltiamo “The Gunner's Dream”, forse il brano più esemplare del disco “pacifista” The Final Cut, dovuto al solo Roger Waters. Mentre Castaldi scandisce con pathos espressivo le strofe della canzone (ispirata in parte alla poesia "The Soldier", di Rupert Brooke. Cfr. in particolare i primi versi: “Floating down through the clouds/memories come rushing up to meet me now/in the space between the heavens/and in the corner os some foreign field”), sullo schermo scorrono scene di guerra, appartenenti all’immaginario di Waters, così ben rappresentato nell’ultimo film The Wall.

Anche il dittico “Brain Damage/Eclipse” viene eseguito con grande espressività, e in stretta connessione audiovisuale con il brano precedente, perché sullo schermo scorrono scene raffiguranti uomini politici degli anni ’70 e ’80, da Ronald Reagan a Saddam Hussein, fino a Margaret Thatcher.

Lo straordinario impianto luci dovuto al tecnico Andrea Arnese con effetti strobocaleidoscopici introduce la suiteEchoes”, di cui viene peraltro eseguita solo l’ultima parte, dove si stagliano la melodia classicheggiante del violoncello e alcune sezioni ritmiche e strumentali che oggi non si esiterebbe a definire post rock.  Sullo schermo scorrono scene di galassie ed excerpts da 2001. Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

Dopo una pausa di dieci minuti, una voce sintetizzata che ringrazia il pubblico per la sua presenza introduce una sorta di tripletta da The Wall: la vigorosa, quasi metal, “In the Flesh”, la celeberrima “Another Brick in the Wall” (con sulla scena un pupazzo che richiama l’immagine dell’insegnante sadico della canzone) e la malinconica e acida “Nobody Home”, mentre scorrono sullo schermo immagini dal film originario del 1982, The Wall, interpretato da Bob Geldof.

Summer '68” viene introdotta sullo schermo dalla scritta “tonight we sing this song for Richard Wright”, che della canzone fu l’autore, mentre sullo schermo scorrono immagini del grande tastierista dei Pink Floyd, scomparso a soli 65 anni nel 2008. La canzone ha una resa particolare, con coro e strumenti a fiato che ne sottolineano la vigorosa melodia.

Dopo un brevissimo intervallo, la band ritorna sul palco, accompagnata da un’orchestra di fiati, appassionatamente diretta da Giovanni Cernicchiaro, giovane compositore e fondatore di Arsnovaemusicae: non appena sulla platea cala il silenzio, gli ottoni introducono le inconfondibili note iniziali della suite "Atom Heart Mother", mentre sullo schermo vengono proiettate immagini che vanno da incendi a scene agresti, fino alla Battersea Power Station presente sulla copertina di Animals, per tutti i 25 minuti di durata del brano.

La suite è strutturata come una sinfonia rock in mi minore (per l’analisi attingiamo al critico musicale tedesco Raoul Hoffmann, che ne offre un’accurata analisi da noi stessi riassunta ed adattata per la versione italiana di wikipedia) ed è costituita da sei movimenti collegati senza interruzioni, in modo ciclico, sicché alla fine di ciascuno di essi si viene riportati al punto iniziale. Del resto, la partitura venne scritta dal musicista d’avanguardia Ron Geesin, in collaborazione con Richard Wright, il più preparato tecnicamente dei membri del gruppo.

La prima parte è formata da tre temi ("Father’s Shout", "Breast Milky" e "Mother Fore"), strutturati come una passacaglia, in cui la base armonica si ripete secondo una sorta di modo "ostinato". Il primo complesso di temi richiama esperienze di musica classica del Novecento (da Stravinskij a Mahler fino a Schönberg e Berg), circostanza sottolineata dall’intonazione dei fiati, dal fraseggio del violoncello e dal coro. A questi temi in mi minore fa poi riscontro la parte in sol maggiore, con accordi scanditi sullo stesso intervallo di terza, particolarmente nella sezione denominata "Funky Dung".

Il contrasto tonale si sviluppa lentamente fino ad assumere connotazioni decisamente rock, con una serie di improvvisazioni che i Pink Floyd Legend rendono con un grande professionalità e con notevole fedeltà all’originale. Nella seconda parte della suite, i suoni elettronici si sintetizzano mirabilmente con i temi in mi minore della prima parte. Nella terza e conclusiva parte, dopo una coda che devia verso motivi atonali, tutti i temi delle due parti precedenti vengono fatti confluire in una melodia in mi maggiore in cui il coro assume una particolare e solenne posizione. Da menzionare l’eccellente interpretazione della soprano nel secondo tema e il lavoro di cesellatura effettuato dal violoncello della Zampiron, in alcuni passaggi che ricordano il Concerto per violoncello in si minore, op. 104, di Antonin Dvořák. Del resto, le sonorità della suite (compresi certi effetti che Theodor W. Adorno, se non fosse morto un anno prima della sua apparizione, avrebbe definito "bombastici", epiteto che riservava anche a DvořákČajkovskij e Sibelius) per certi versi richiamano anche quelle della Sinfonia n. 9, "Dal Nuovo Mondo", del compositore boemo.

Dopo una standing ovation c’è ancora il tempo per due bis: “Wish You Were Here”, dedicata anch’essa a Syd Barrett (con cui non a caso era cominciato il concerto), e che diventa più emozionante quando viene cantata in coro da un pubblico compostissimo e quando la melodia viene sottolineata dal violoncello; e “Comfortably Numb”, preceduto da un estratto brevissimo da “Is There Anybody Out There?”, suonata in modo “amplificato”, con cori e strumenti a fiato. Sullo schermo scorrono le immagini da The Wall dove campeggiano cartoni animati che parodizzano una società totalitaria, mentre dal soffitto scende un maiale di plastica.  Il concerto si conclude con un ulteriore bis nel quale tutti i musicisti suonano una breve sequenza dalla suite “Atom Heart Mother”.

In conclusione, abbiamo assistito senza dubbio a un concerto di grande livello, di notevole perizia strumentale ed esecutiva e di grande impatto spettacolare: tutti i musicisti sono riusciti a riprodurre con amore, rispetto e cura filologica, ma senza inutili timori reverenziali, una delle eredità probabilmente più significative della musica progressive del Novecento.

Pubblicato in: 
GN4 Anno VIII 26 novembre 2015
Scheda
Titolo completo: 

Pink Floyd Legend - Atom Heart Mother

Roma, Auditorium della Conciliazione, 21 novembre 2015

PINK FLOYD LEGEND
FABIO CASTALDI • Basso, voce
ANDREA FILLO • Chitarra e voce
ALBERTO MAIOZZI • Batteria
SIMONE TEMPORALI • Tastiera e voce

Paolo Angioi • Chitarra Acustica, Elettrica, 12 corde, Basso e Cori
Giorgia Zaccagni • Cori
Martina Pelosi • Cori
Sonia Russino • Cori
Michele Leiss • Sax

ANDREA ARNESE - Video/Audio Effects, Keytar, Acoustic Guitar

OTTONIDAUTORE
Francesco Del Monte, Daniele Masella • Trombe
Simone Graziani • Corno
Sergio Battista • Trombone
Claudio Romano • Tuba

ROSSELLA ZAMPIRON violoncello

CORO ARKE’
CORO POLIFONICO CITTA’ DI ANZIO
CORO DIAPENTE
CORO GIUSEPPE VERDI DI ROMA
CORO DELLA BASILICA DI S. AGNESE FUORI LE MURA
CORO DELLA FILARMONICA DI CIVITAVECCHIA
CORO NOTE MOLESTE

DIRETTORE: GIOVANNI CERNICCHIARO

Setlist

1) Astronomy Domine (The Piper at the Gates of Dawn)

2) Shine on You Crazy Diamond (Wish You Were Here)

3) Time (The Dark Side of the Moon)

4) The Great Gig in the Sky (The Dark Side of the Moon)

5) What Do You Want from Me? (The Division Bell)

6) The Gunner's Dream (The Final Cut)

7) Brain Damage/Eclipse (The Dark Side of the Moon)

8) Echoes (Meddle)

9) In the Flesh (The Wall)

10) Another Brick in the Wall part 2 (The Wall)

11) Nobody Home (The Wall)

12) Atom Heart Mother (Atom Heart Mother)

Bis:

13) Wish You Were Here (Wish You Were Here)

14) Comfortably Numb (The Wall)

Voto: 
9
Vedi anche: