Supporta Gothic Network
Opera al Circo Massimo. Il glorioso Verdi di Il Trovatore
L'Opera di Roma al Circo Massimo ha aperto lo scorso 15 giugno ed uno dei capolavori di Giuseppe Verdi, Il Trovatore, con Daniele Gatti sul podio e Lorenzo Mariani alla regia, rimarrà fino al 6 luglio. Un bianco e nero, con tocchi vibranti di rosso per questa messinscena coadiuvata sapientemente dalle proiezioni di Fabio Iaquone e Luca Attilii. Nel ruolo di Manrico abbiamo visto Fabio Sartori (Piero Pretti per le altre repliche); in quello di Leonora la straordinaria Roberta Mantegna; Clémentine Margaine nella parte della zingara Azucena; Christopher Maltman è il Conte di Luna (Giovanni Meoni il 4 e 6 luglio).
La storia raccontata da Il Trovatore è quella che ammanta di osticità l'opera, soprattutto dal punto di vista critico: forzata e poco credibile. Regno d'Aragona e Biscaglia: una zingara arsa sul rogo quindici anni prima per essere stata trovata dal Conte di Luna vicino alla culla del figlio, lascia la vendetta alla figlia, gitana anch'essa, ovvero Azucena. La battaglia sullo sfondo tra Conte di Luna e Manrico, Il Trovatore, seguace dell'avversario Urgel, contrappone anche militarmente il Conte e Manrico, innamorati entrambi di Leonora, che preferisce Il Trovatore al ricco e nobile possidente. Dietro l'intrico ve n'è un altro: Azucena rivela infatti a Manrico che in realtà lui è il fratello del Conte poiché la madre Azucena li ha scambiati ed ha bruciato suo figlio per vendicare la propria, arsa sul rogo senza nessuna colpa tranne l'accusa di un possibile maleficio sul bimbo.
Il Trovatore è stata un'opera rappresentata in prima assoluta il 19 gennaio 1853 al Teatro Apollo di Roma con il libretto postumo di di Salvatore Cammarano e riadattato da Verdi insieme al giovane Emanuele Bardare. La grandissima stima che Verdi sentiva per Cammarano, suo librettista ideale per concisione di scrittura e levatura lirica, si espone tutta nella cantabilità musicale che rende Il Trovatore una delle opere più eccelse e trionfale fin dall'inizio. Richieste canore di peso però vanno ai cantanti, che in questa rappresentazione sono stati all'altezza per i ruoli di Manrico, la voce coinvolgente e di stile di Fabio Sartori, la romanza toccante “Deserto sulla terra“; e la voce di Leonora, una straordinaria e coinvolgente Roberta Mantegna - fresca del trionfo in Luisa Miller diretta dal maestro Mariotti ed un successo di Fabrica, il progetto del Teatro dell'Opera di Roma dedicato alla valorizzazione dei nuovi talenti canori, e non solo -, special modo nelle due celebri cabalette dell'opera e nella cavatina “Tacea la notte placida”. Delle voci, quella che ci è piaciuta meno, ma solo all'inizio, è stata quella del Conte di Luna, Christopher Maltman, che poi però si è scaldata; mentre la zingara madre Azucena, interpretata da Clémentine Margaine, è stata partecipata e sonora, in particolare nella potente canzone “Stride la vampa!”. Cantano in queste parti proprio quel clima notturno e gotico di landa abbandonata come è dipinta dall'evocazione a schermo intero di Fabio Iaquone e Luca Attilii.
Le proiezioni infatti dipingono un cielo che è sempre notturno e con la luna costantemente sullo sfondo: unica luce insieme alla "vampa" della fiamma, un rosso alternato ad un fuoco cocente che, sullo sfondo del Palatino illuminato a luce calda, fa divenire la visione dell'opera un incrocio in una landa senza tempo, soprattutto quando il Coro diretto dal Maestro Roberto Gabbiani, si issa sulle scalinate a discesa del palcoscenico, una sfilata di voci che riempiono di gloria verdiana la città immemore, un impeto che la fa risuonare di quei toni, insieme all'ottima Orchestra del Teatro dell'Opera diretta superbamente da Daniele Gatti, in un cielo aperto verso l'infinito percorso della storia, iniziata per noi coi latini.
Grandi e ripetuti, nonchè meritati applausi da un pubblico festante che respira una novella libertà nella musica tra segni di un tempo eternamente glorioso.