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Festival di Cannes 2012. Cosmopolis e la realtà alienata di Cronenberg
Una limousine bianca che viaggia in lungo e in largo per le strade di New York. A bordo uno speculatore finanziario e giovane miliardario, Erick Parker (Robert Pattinson). L’arrivo in città del presidente degli Stati Uniti e il funerale di un cantante di culto, morto improvvisamente per un attacco di cuore. L’ossessivo bisogno di un taglio di capelli.
In Cosmopolis c’è tutto Cronenberg, quello che abbiamo amato fin dai suoi esordi: il senso di colpa, il peccato, la redenzione. Un atto d’accusa contro il capitalismo, rappresentata attraverso la metafora della limousine, simbolo di ricchezza creato dall’uomo moderno, capace di fagocitare il vissuto reale a vantaggio di un microcosmo tutto proteso al relativismo etico e all’esaltazione individuale.
Tratto dall’omonimo romanzo (ma per l’occasione ampiamente riadattato per lo schermo) dello scrittore american Don De Lillo, il film di Cronemberg suggestiona fortemente lo spettatore senza tuttavia approfondire adeguatamente gli interrogativi posti e con delle zone d’ombra non propriamente messe a fuoco.
La New York di Cronemberg è una città in subbuglio. L’era del capitalismo si avvicina alla conclusione e la visita del Presidente degli Stati Uniti paralizza Manhattan. Eric Packer ha un'unica ossessione: farsi tagliare i capelli dal suo barbiere, che si trova dall'altra parte della città. Durante la giornata, il caos esplode e Packer osserva impotente il crollo del suo impero. Inoltre, è sicuro che qualcuno voglia assassinarlo. Quando? Dove?
Tutto avviene nel lusso confortevole dell’auto, grande quanto una casa. Chiacchiere di routine, riflessioni sul presente e sull’avvenire, bevute, incontri sessuali. Man mano che il caos si impossessa della città e il protagonista sprofonda negli abissi della sua disperazione, gli scenari che la limousine attraversa si fanno sempre più periferici e pericolosi. Isolato e alienato dal “reale”, Eric si rende conto che l’interazione tra capitale e tecnologia, cui tanto ambiva, l’hanno reso una persona debole, senz’anima, vuota.
Dispiace però constatare che il regista (qui anche sceneggiatore) non riesce a tradurre il potenziale offertogli dal romanzo in termini narrativi, rimanendo intrappolato dal suo grande potenziale “mitologico”.